Un pozzo per Padre Giobbe

Video su Youtube al seguente link: http://www.youtube.com/watch?v=FHccR4pBzpE

C’è un villaggio in Etiopia in cui i bambini, per poter bere l’acqua a scuola, devono portarla da casa, percorrendo 2 ore di strada a piedi con delle bottiglie di plastica appresso in una zona dove c’è una grande siccità da più di tre anni.

Pensando al momento storico-socio-economico che stiamo attraversando tutti noi, quest’anno mi è sembrato naturale pensare ad un regalo che fosse davvero di aiuto e che non fosse il solito regalo di “facciata” (cioè quello che “di solito si fa”).

Quindi quest’anno, anziché regalare i soliti cesti, spumanti, panettoni… ho deciso di regalare 1.000€ per i bambini dell’Etiopia di cui ti parlavo sopra.

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Beni societari utilizzati da soci e famigliari

Il Decreto Legge del 13 agosto 2011 ha introdotto importanti novità in materia di contrasto a quelle che vengono definite “società di comodo” ed istituito specifiche disposizioni fiscali per contrastare quel fenomeno, più o meno diffuso, che vede spesso le aziende far gravare sui conti dell’attività beni che nella realtà vengono utilizzati per fini privati dai soci o dai loro familiari.

Nel caso in cui soci o familiari dell’imprenditori utilizzino personalmente beni destinati all’impresa il provvedimento dispone quanto segue:

1) si viene a generare un reddito diverso in capo all’utilizzatore;

2) i costi del bene utilizzato divengono indeducibili;

3) è istituito l’obbligo di presentazione di una comunicazione all’Agenzia delle Entrate nella quale indicare tale utilizzo.

Quando trasmettere la comunicazione

La comunicazione va resa in via telematica entro il 31 marzo successivo alla chiusura del periodo d’imposta in cui viene concesso l’utilizzo ovvero tale utilizzo viene revocato; si tratta quindi di una comunicazione da rendere una tantum, sino a successiva variazione.

Tale obbligo può essere assolto indifferentemente dalla società ovvero dai soci. La comunicazione deve essere effettuata quando:

· i beni dell’impresa sono concessi in godimento ai soci o ai loro familiari;

· i beni dell’impresa sono concessi in godimenti ai soci o ai familiari di altra società appartenente al medesimo gruppo di imprese.

Cosa deve essere comunicato

Nella comunicazione devono essere indicati i seguenti elementi:

– per le persone fisiche: codice fiscale, dati anagrafici e Stato residenza;

– per i soggetti diversi dalle persone fisiche: codice fiscale, denominazione e comune del domicilio fiscale o lo Stato estero di residenza;

– tipologia di utilizzazione del bene;

– tipologia, identificativo del contratto e relativa data di stipula;

– categoria del bene, durata della concessione (data di inizio e fine), corrispettivo e relativo valore di mercato;

– ammontare dei finanziamenti e capitalizzazioni.

I beni monitorati

La comunicazione riguarda le seguenti categorie di beni:

– autovettura (numero di telaio);

– altro veicolo (numero di telaio);

– unità da diporto (lunghezza in metri);

– aeromobile (potenza del motore in KW);

– immobile (Comune di ubicazione e identificativi catastali);

– altro (altre tipologie di beni rilevano solo se il bene è di valore superiore ad € 3.000 al netto dell’imposta).

Vista la delicatezza della questione, nel caso di utilizzo privato di un bene sociale o dell’impresa, si consiglia di valutare attentamente la propria posizione con largo anticipo rispetto alla scadenza del 31 marzo prossimo.

Tutela il tuo patrimonio nel passaggio generazionale

La liquidazione della società rappresenta l’ultimo momento della vita della stessa, la quale chiude i battenti, cede i beni di sua proprietà, estinguendo tutti i debiti e distribuendo ai detentori del capitale di rischio, ai soci, il rimanente.

Le cause che portano alla liquidazione di una società possono essere molteplici, e variabili a seconda della tipologia di società (di persone o di capitali). In ogni caso, possiamo individuare delle eventualità comuni, che elenchiamo di seguito:
– Decorso del termine della società;
– Conseguimento dell’oggetto sociale;
– Impossibilità sopravvenuta nel conseguire l’oggetto sociale.
A caratterizzare la possibile liquidazione di una società di capitali, anche casistiche come la continuata inattività dell’Assemblea, o la riduzione del capitale sociale al di sotto dei limiti legali. La volontà dei soci, o la mancata pluralità degli stessi, invece, sono cause aggiuntive nelle società di persone.

Secondo quanto indicato dall’articolo 2274 del Codice Civile, le prime fasi della liquidazione prevedono che i soci possano continuare a gestire ordinariamente la società.
Un’assemblea straordinaria, da convocare entro trenta giorni dalla delibera che dà il via al procedimento di scioglimento societario, servirà successivamente a stabilire i nominativi dei liquidatori, che da quel momento in poi prenderanno in mano la gestione della società stessa, rispondendo personalmente e solidalmente, tra l’altro, degli eventuali danni cagionati ai creditori sociali.
Gli stessi liquidatori hanno compiti ben precisi, sia nei confronti dei soci, che, giuridicamente parlando, della società. Essi hanno infatti il dovere di non avviare nuove operazioni commerciali, ma al tempo stesso di tenere un’ordinata contabilità, chiedendo, se necessario, versamenti ai soci.
Inoltre, presa visione dei libri sociali, dei conti societari al momento dello scioglimento, oltre che di un rendiconto sula gestione degli stessi, i liquidatori devono, poi, redigere una relazione, all’interno della quale andranno specificate: andamento della liquidazione, tempistiche e principi e criteri adottati per portarla avanti.

E’ possibile, infine, revocare la procedura di liquidazione.
Tale operazione spetta ai soci, e necessita la precedente eliminazione delle cause di scioglimento. La decisione della revoca, inoltre, necessita della stessa maggioranza prevista dalla legge per le modificazioni di Atto Costitutivo e Statuto.
La messa in liquidazione di una società di capitali (Spa, Srl, Sapa) è la fase che precede la sua cancellazione ed è successiva a un altro importante momento societario qual è il verificarsi di una causa di scioglimento e il suo accertamento con l’iscrizione dello stesso nel registro delle imprese.

L’argomento che ci interessa particolarmente, la messa in liquidazione, si compone a sua volta di tre fasi.

Processo in tre fasi.
Si inizia con la nomina dei liquidatori, che possono essere gli stessi amministratori, da parte dell’assemblea dei soci, la quale: stabilirà i criteri in base ai quali deve concretizzarsi la liquidazione, determinerà i poteri dei liquidatori e indicherà gli atti necessari per la conservazione del valore dell’impresa.
Sempre nella prima fase di liquidazione si ha la consegna dei libri sociali, del rendiconto di gestione e della situazione contabile.
Da questo momento la figura degli amministratori cessa di avere qualsiasi tipo di potere.
A questo punto i liquidatori, e siamo nella seconda fase, possono compiere tutti gli atti finalizzati alla liquidazione della società e, se autorizzati, provvedere all’esercizio provvisorio che ha come fine principale quello di conservare il valore dell’impresa.
I liquidatori possono, a questo punto, vendere i beni dell’impresa sia parzialmente sia totalmente per soddisfare gli eventuali creditori, restituire i beni concessi in godimento dai soci che vengono considerati alla pari dei creditori, tranne nel caso che detti beni siano necessari alle operazioni di scioglimento della società.
I liquidatori dovranno successivamente soddisfare i creditori sociali: lo possono fare sia con versamenti in denaro sia con la cessione di beni.
Durante la fase di liquidazione è obbligatorio indicare, negli atti nei documenti e nella corrispondenza, che la società è in liquidazione anche se la legge non prevede una sanzione per tale omissione.

La terza e ultima fase della procedura di liquidazione è la sua chiusura.
Questa si realizza con la redazione del bilancio finale e la definizione di un eventuale residuo attivo del piano di riparto. Entrambi i documenti dovranno essere approvati dai soci affinché si possa distribuire l’eventuale residuo attivo.
Conclusa la terza e ultima fase della messa in liquidazione si apre la strada alla cancellazione e quindi all’estinzione della società
Liquidazione di una S.r.l.
Il procedimento di liquidazione di una S.r.l. segue i dettami delle società per capitali e viene disciplinato dagli articoli 2448 e 2457 del Codice Civile.
Il processo inizia con la nomina, da parte dell’assemblea dei soci, dei liquidatori e a seguito della registrazione nel R.I. cadono le cariche degli amministratori societari e la denominazione sociale muta in “Società in liquidazione”.
Prende avvio in tal modo l’intero procedimento, che consta di 3 gruppi di operazioni fondamentali:
– Monetizzazione patrimonio mobiliare ed immobiliare;
– Soddisfazione delle passività sociali;
– Approntamento del bilancio di liquidazione e organizzazione di un piano di riparto, dell’eventuale residuo, tra i vari soci.
Alla conclusione del processo di liquidazione i liquidatori redigeranno un bilancio finale che indicherà la quota spettante ad ogni singolo socio nella spartizione degli utili, il cosiddetto piano di ripartizione.
Il bilancio finale, sottoscritto e firmato dai liquidatori e completato dalle relazioni di sindaci e revisori, viene depositato presso il Registro delle Imprese. La liquidazione effettiva delle quote può essere realizzata solamente dopo 90 gg dal deposito del bilancio presso il Registro Imprese, entro tale scadenza ogni singolo socio potrà impugnare il bilancio e presentare eventuale riscorso.
Al termine della liquidazione si potrà procedere con la cancellazione della società dal Registro delle Imprese considerando comunque che, perché questa possa considerarsi effettivamente estinta, dovranno essere estinti tutti i rapporti giuridici ad essa facenti capo.

La messa in liquidazione della società crea inevitabilmente una situazione complessa in cui si contrappone l’interesse dell’Amministrazione che questa avvenga nel più breve periodo possibile, così da chiudere definitivamente e senza strascichi ciò per cui ci si è spesi fino alla liquidazione, con l’attività del liquidatore che dal suo canto deve gestire una fase finale con i non pochi problemi che essa comporterà.
Quindi prima di porre la Vostra Società in liquidazione, occupatevi di far svolgere un’attenta analisi della situazione societaria così da adottare delle scelte strategiche prodromiche all’avvio di un processo liquidatorio valido ed efficace, utile a tutti soprattutto ad Amministratore e Soci, fatevi cucire insomma un abito su misura!!

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La reperibilità duarnte il turno di riposo non produce automaticamente danno, bisogna provarlo!

Il disagio patito per la reperibilità in giorno festivo non seguita da effettiva attività lavorativa può assumere dimensioni tali da incidere sul piano psicofisico del lavoratore che non possa godere del riposo compensativo, trasformandosi in danno da usura psicofisica. A tal fine non è sufficiente la mera deduzione di non aver potuto godere il giorno festivo per l’impegno di reperibilità, essendo necessario allegare e provare il danno che tale reperibilità ha prodotto.

La sentenza del 7 settembre 2011, n. 18310 della Corte di Cassazione aderisce all’indirizzo tracciato dalle Sezioni Unite in forza del quale ogni pretesa risarcitoria del lavoratore per danno non patrimoniale è soggetta alla prova, anche per presunzioni semplici, della sussistenza di un pregiudizio concreto.

Un dipendente di una Asl si rivolgeva al giudice del lavoro per ottenere il risarcimento del danno derivatogli dall’usura psicofisica subita per le giornate lavorative effettuate nei giorni destinati a riposo compensativo a seguito di turno di reperibilità prestato in giorno festivo.

I giudici di primo e secondo grado respingevano la domanda, ritenendo non fornita dall’interessato la prova del pregiudizio sofferto e la sua dipendenza causale dalla mancata fruizione del riposo.
Il lavoratore ricorreva per cassazione, ma neanche in questa sede otteneva ragione.

Il ricorrente lamentava la violazione del diritto costituzionalmente garantito al giorno di riposo compensativo previsto dalla contrattazione collettiva, la violazione dell’art. 32, dell’art. 36 comma 3 e dell’art. 41 Costituzione, nonché dell’art. 2087 cod. civ. e dell’art. 9, D.Lgs. n. 66 del 2003, per violazione del diritto all’integrità psicofisica del lavoratore nonché del diritto al risarcimento in via equitativa del danno da usura psicofisica per avere lavorato in giornate destinate a riposo compensativo.

A detta del ricorrente, diversamente dal danno biologico, il danno da usura psicofisica per mancata concessione del riposo settimanale doveva essere ritenuto presunto.

La Suprema Corte ritiene infondate le lamentele del lavoratore ed evidenzia che la vicenda in esame consiste nell’effettuazione di turni di reperibilità passiva in giorni festivi, con diritto ad un giorno di riposo compensativo nella settimana successiva, in concreto non usufruito perché lavorato.

La Corte osserva di avere chiarito in precedenti occasioni che la reperibilità prevista dalla disciplina collettiva si configura come una prestazione strumentale ed accessoria qualitativamente diversa dalla prestazione di lavoro, consistendo nell’obbligo del lavoratore di porsi in condizione di essere prontamente rintracciato, fuori del proprio lavoro, in vista di un’eventuale prestazione lavorativa, e di raggiungere in breve lasso di tempo il luogo di lavoro per eseguirvi la prestazione richiesta.

Pertanto, non equivalendo all’effettiva prestazione lavorativa, il servizio di reperibilità svolto nel giorno destinato al riposo settimanale limita soltanto, senza escluderlo del tutto, il godimento del riposo stesso.

La Corte prosegue rilevando che è certo possibile che quel disagio assuma dimensioni tali da incidere sul piano psicofisico del lavoratore che non possa godere del riposo compensativo, ma a tal fine non è sufficiente la mera deduzione di non aver potuto godere appieno il giorno festivo per il connesso impegno di reperibilità, essendo necessario allegare e provare il danno che tale reperibilità ha prodotto. Né è il datore di lavoro a dover dimostrare l’idoneità dei benefici contrattuali a fornire l’integrale ristoro del mancato recupero delle energie psicofisiche del lavoratore, essendo invece quest’ultimo a dover provare che la mera reperibilità passiva non seguita da riposo compensativo sia stata produttiva di un danno.

La Cassazione conclude, quindi, per il rigetto del ricorso

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Il successo di un’ impresa dipende dalle persone che ne fanno parte

E’ una costante che continua a valere anche nei tempi di crisi e che vede aziende riuscire comunque a fare la differenza sul mercato grazie alla presenza di collaboratori qualificati.

Una delle problematiche con cui spesso le imprese si trovano a dover fare i conti è quella di riuscire a garantirsi la presenza di quelle figure professionali capaci di distinguere l’impresa da una concorrenza sempre più agguerrita.

Tali lavoratori, potendo contare su un elevato potere contrattuale, sono spesso corteggiati dalla concorrenza o, talvolta, potrebbero essere “invogliati” ad intraprendere un’attività per conto proprio.

In alcuni casi i collaboratori determinanti per il successo dell’azienda possono essere fidelizzati con la cessione di una piccola quota societaria ma nella maggior parte dei casi ciò non è possibile a volte per l’indisponibilità dell’impresa e a volte per la scarsa predisposizione del lavoratore ad una mentalità di tipo imprenditoriale.

Il problema deve quindi essere risolto in modo differente ed è per questo che per alcuni lavoratori si rende opportuno pattuire delle clausole di fidelizzazione del dipendente.

Cosa sono le clausole di fidelizzazione del dipendente:

si tratta sostanzialmente di vincoli che vengono imposti ai lavoratori maggiormente qualificati o che ricoprono ruoli chiave nell’organizzazione del lavoro per limitare il recesso dal rapporto di lavoro.

Gli strumenti contrattuali che si possono facilmente mettere in campo sono principalmente due: le clausole di durata minima ed il patto di non concorrenza.

1) Clausole di durata minima:

sono delle clausole contrattuali che disciplinano la durata minima di permanenza del lavoratore nell’azienda e possono a loro volta essere suddivise in clausole che estendono la durata del preavviso, che ad esempio potrebbe essere stabilito in 9 mesi e clausole di durata minima vera e propria in cui il lavoratore si impegna, con la previsione di pensali in caso contrario, a non recedere dal rapporto per un determinato periodo, ad esempio tre anni.

2) Patto di non concorrenza:

il patto di non concorrenza, viceversa, opera al momento del recesso dal rapporto: il lavoratore si obbliga a non svolgere attività potenzialmente in concorrenza con quella svolta dal precedente datore di lavoro.

In questo caso, la funzione fidelizzatoria è assolta in base a due direttrici: da una parte, il lavoratore è disincentivato a cambiare posto di lavoro, in quanto vedrebbe limitata la possibilità di reimpiego; dall’altra, qualora si interrompa il rapporto di lavoro, salvaguarda la possibilità che il lavoratore possa utilizzare il know how acquisito, ovvero possa sfruttare i clienti del precedente datore di lavoro.

Le clausole di durata minima non hanno la necessità di prevedere un compenso per il lavoratore, anche se è consigliabile inserirlo al fine di dare maggiore forza al vincolo imposto al lavoratore.

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Le novità 2011 sulle ritenute sui bonifici per ottenere detrazioni d’imposta del 36% e 55%

A un anno dall’introduzione della ritenuta 10% sui bonifici per le detrazioni 36% e 55%, la manovra correttiva Luglio 2011 ha modificato la percentuale, abbassandola al 4%.

L’art. 25 della Manovra 2010 (Dl 78/2010 convertito con legge 122 del 30 luglio) imponeva la ritenuta d’acconto del 10% (ridotta al 4% nella Manovra 2011) ai beneficiari dei bonifici effettuati dai contribuenti per ottenere le detrazioni d’imposta del 55% o del 36%.
L’articolo mira a combattere l’evasione e l’elusione fiscale da parte degli artigiani, lavoratori autonomi e aziende che effettuano i lavori di ristrutturazione negli edifici esistenti e che danno diritto alle detrazioni 55% e 36%.

Il “sostituto di imposta”, cioè il soggetto che opera la ritenuta e la versa all’erario non è però il committente dei lavori, ma le banche o le Poste alle quali arrivano i bonifici in accredito. Saranno dunque questi soggetti a dover rilasciare, a chiusura dell’anno fiscale, la certificazione della trattenuta effettuata

Ritenuta solo sull’imponibile

La ritenuta (che verrà effettuata dalla banca o dalle Poste) incide esclusivamente sull’imponibile della fattura e non sull’iva. Dunque, rispetto al totale di ogni bonifico, il soggetto incaricato della ritenuta – il cosiddetto sostituto d’imposta – dovrà scorporare l’iva. Essendo diverse le aliquote a cui vanno assoggettati i diversi interventi, l’Agenzia delle Entrate indica che ci si debba sempre riferire all’aliquota più alta, ora al 21%.

Nessuna indicazione in fattura

Nelle fatture dei fornitori e consulenti non dovrà comparire alcuna dicitura relativa alla ritenuta del 4%. Gli istituti di credito e le Poste attueranno automaticamente la ritenuta, mentre i soggetti che effettuano il bonifico non sono tenuti ad alcun adempimento.

Fornitori e consulenti già soggetti a ritenute da parte di aziende o condomini

La regola è che la nuova ritenuta sospende eventuali altre ritenute in essere. Infatti, in alcuni casi era già prevista una ritenuta da parte del soggetto ordinante: ad esempio il 20% sulle parcelle dei consulenti se pagate da società o il 4% sulle prestazioni relative a contratti d’appalto se pagate da condomini.

Se la fattura o parcella è già stata emessa, con l’indicazione della “vecchia” ritenuta, questa va ignorata: la banca provvederà autonomamente a trattenere la nuova ritenuta del 10%, come indicato.

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Licenziamento illegittimo se la contestazione è tardiva

E’ quanto ha ribadito la Corte di Cassazione con la sentenza del 14 settembre 2011, n. 18772, in conformità al consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità in materia.

I giudici di primo e secondo grado, oltre ad accertare il demansionamento di un dipendente di una società, annullavano il licenziamento comminato al medesimo, disponendone la reintegrazione nel posto di lavoro, con le mansioni già svolte, in aggiunta al risarcimento del danno non patrimoniale.

I giudici di merito, in particolare, ritenevano il recesso privo di giusta causa o giustificato motivo, in quanto gli addebiti consistenti nella violazione dei doveri di fedeltà, diligenza, correttezza e buona fede, erano stati tardivamente contestati.

Il “principio della immediatezza”, per la Cassazione, trova fondamento nell’art. 7, L. n. 300 del 1970, che riconosce al lavoratore incolpato il diritto di difesa: diritto da garantirsi nella sua effettività in relazione ad una contestazione immediata dei fatti contestati, per consentire al lavoratore di predisporre il materiale difensivo per contrastare il contenuto delle accuse.

In giurisprudenza, l’applicazione di detto principio è stata “temperata”, ritenendo la stessa compatibile con un intervallo di tempo necessario al
datore di lavoro per il preciso accertamento delle infrazioni commesse dal prestatore di lavoro.

L’immediatezza si configura quale elemento costitutivo del diritto al recesso del datore di lavoro, proprio perché la tardività della
contestazione e del provvedimento di recesso induce a ritenere che il datore di lavoro abbia soprasseduto al licenziamento, ritenendo non grave o, comunque, non meritevole della massima sanzione la colpa del lavoratore.

Tale considerazione, osserva la Corte, va integrata con il rilievo secondo cui il requisito dell’immediatezza deve essere inteso in senso relativo, potendo essere compatibile con un intervallo di tempo, più o meno lungo, quando l’accertamento e la valutazione dei fatti richieda uno spazio temporale maggiore ovvero quando la complessità della struttura organizzativa dell’impresa possa far ritardare il provvedimento di recesso, restando comunque riservata al giudice del merito la valutazione delle circostanze di fatto.

Secondo la Cassazione, la sentenza impugnata è in linea con i principi di diritto, dove ha affermato che, se anche il principio dell’immediatezza va inteso in senso relativo, tenuto conto dell’illecito disciplinare nonché del tempo per espletare le indagini, non può procrastinarsi per un tempo eccessivo l’esercizio del potere disciplinare, tanto da rendere al dipendente impossibile l’esercizio del diritto di difesa.

Nella specie, le contestazioni mosse per la prima volta al lavoratore nel maggio 2001, sono state ritenute tardive, poiché i relativi fatti risalivano al 1999 e gli stessi erano conosciuti alla società, tanto che la stessa assumeva la decisione di destinare, nell’ottobre dello stesso anno, il dipendente ad altro incarico, senza muovergli alcuna contestazione.

Il nuovo redditometro: le spese sotto osservazione

Impostato sul modello dei paesi del Nord Europa per stanare l’evasione fiscale, il nuovo redditometro rappresenta una delle novità più dirompenti che interesserà le dichiarazioni fiscali riferite agli anni 2009 e 2010.

Con questo strumento l’Erario ambisce a portare nelle casse dello Stato oltre 741 milioni di euro nel 2011, 1,2 miliardi di euro nel 2012 e 1,3 miliardi di euro nel 2013.

Interesserà oltre 41 milioni di contribuenti – persone fisiche – tra cui professionisti, commercianti, artigiani, imprenditori individuali, dipendenti e pensionati.

Avrà l’obiettivo di individuare le persone che non dichiarano o che nascondono le imposte da versare allo Stato mediante il confronto tra quanto dichiarato e quanto speso dal contribuente.

Ma spieghiamo meglio il funzionamento del nuovo redditometro, le spese che rientreranno nelle lente del Fisco e come il contribuente potrà difendersi.

Come funziona

Le spese saranno pesate secondo un calcolo statistico per arrivare a un reddito stimato del nucleo familiare; quest’ultimo sarà poi rapportato ai redditi dichiarati dai componenti della famiglia per rilevare eventuali anomalie; in altre parole verrà valutato il tenore di vita condotto dal contribuente con i redditi dichiarati nel corso dell’anno.

Saranno almeno 100 le voci di spesa tenute sotto controllo che verranno elaborare con un software secondo una metodologia statistico matematica che si applicherà in relazione a precisi gruppi di famiglie differenziati per aree geografiche.

L’accertamento si attiverà quando il software del Fisco rileverà uno scostamento, tra quanto dichiarato dal contribuente in dichiarazione e quanto speso, superiore al 20%; in questo caso l’Agenzia delle entrate inviterà il contribuente nei propri uffici locali per un contraddittorio, nel corso del quale il cittadino dovrà spiegare e giustificare gli scostamenti evidenziati.

Quali spese saranno osservate

In prima battuta saranno osservate le spese che emergono dalle dichiarazioni dei redditi e per le quali si fruisce delle detrazioni fiscali, come ad esempio gli interessi passivi del mutuo sugli immobili, le spese di ristrutturazione, le spese mediche, ecc… e quelle per le quali si fruisce delle deduzioni d’imposta come i contributi versati per le colf, le somme versata per la previdenza complementare, i contributi obbligatori, ecc…

In seconda istanza verranno prese in considerazione le spese rilevabili dalle banche dati del Fisco come il pagamento di canoni di leasing, l’acquisto o il possesso di auto e barche, l’affitto di residenze estive, la partecipazione a circoli sportivi e centri benessere, l’effettuazione di viaggi turistici, crociere, rette per la scuola dei figli in istituti privati ma anche le spese per la cura dei propri hobby.

Sotto l’occhio del Fisco anche le spese sostenute per le assicurazioni in caso morte, vita, salute, il versamento di contributi previdenziali e assistenziali ma anche il possesso di azioni e movimentazioni finanziarie.

Rileveranno anche le spese sostenute per la cura ed il possesso di animali.

Come difendersi dal redditometro

Nell’incontro con i funzionari dell’Agenzia delle entrate il contribuente potrà spiegare le spese sostenute e l’origine dei redditi che le hanno permesse come ad esempio un risparmio accumulato e speso successivamente, la percezione di un reddito non soggetto a tassazione che quindi non risulta al Fisco, la percezione di un reddito sottoposto a tassazione separata che quindi non è presente nella dichiarazione dei redditi, la percezione di redditi tassati alla fonte (es. titoli di Stato), ecc…

Se il contribuente riuscirà a giustificare la difformità tra il reddito e le spese, la pratica sarà archiviata; in caso contrario, potrà aderire al cosiddetto accertamento con adesione; di fatto il cittadino accetta l’esito dell’Agenzia delle entrate e viene ammesso al pagamento di sanzioni ridotte e all’eventuale pagamento rateale del maggior debito.

Nel caso in cui il contribuente non sia disposto ad accettare il risultato elaborato dall’Agenzia delle entrate, l’amministrazione finanziaria farà scattare l’accertamento definitivo ed il contribuente potrà ricorrere alla magistratura tributaria per la difesa delle proprie ragioni.

Se vuoi ottimizzare la forza lavoro della tua azienda puoi contattarmi compilando la form al seguente link: http://www.marcoansaldicommercialista.it/contatti/

Ristrutturare il debito aziendale e’ possibile se in futuro si prospetta redditivita’

La newsletter completa la trovi nel video su Youtube al seguente link: https://www.youtube.com/watch?v=zF87dF84NIw&feature=player_embedded

Oggi parliamo di ristrutturazione del debito, o ristrutturazione aziendale.
Questo è un servizio specifico che noi diamo attraverso il network Consulenti Aziendali d’Italia, di cui puoi avere maggiori informazioni sul sito www.consulentiaziendaliditalia.it.

Come già detto più volte la riforma delle legge fallimentare del 2006 rende oggi possibile l’attuazione di alcune strategie che favoriscono il salvataggio delle Aziende: sostanzialmente il favor legis (cioè il favore della legge) viene spostato dai creditori all’azienda, cioè non si tutelano i creditori ma si tutela l’azienda.

infatti sono stati introdotti degli istituti come il piano attestato (ex articolo 67) gli accordi sulla ristrutturazione dei debiti(art.182), i concordati preventivi… e tutta una serie di strategie che aiutano a risolvere la situazione di crisi aziendale, in particolare la crisi finanziaria.

Leggi l’articolo completo al seguente link: http://www.controlloaziendale.it/controllo-aziendale/ristrutturare-il-debito-aziendale-e-possibile-se-in-futuro-si-prospetta-redditivita/

Come si applica l’imposta fissa di registro agli atti che contengono più disposizioni?

REGISTRAZIONE DI ATTI RECANTI PIU’ DISPOSIZIONI CHE NON HANNO CONTENUTO PATRIMONIALE

L’articolo 21, primo comma, del TUR stabilisce che: “se un atto contiene più disposizioni che non derivano necessariamente, per la loro intrinseca natura, le une dalle altre, ciascuna di essa è soggetta ad imposta come se fosse atto distinto”.

Il secondo comma del suddetto articolo recita: “se le disposizioni contenute nell’atto derivano necessariamente per la loro intrinseca natura le une dalle altre, l’imposta si applica come se l’atto contenesse la sola disposizione che dà luogo all’imposizione più onerosa.

La Corte di Cassazione ha recentemente precisato che le singole disposizioni contenute nell’atto rilevano autonomamente, ai sensi dell’articolo 21, comma 1, del TUR, solo qualora ciascuna di esse sia espressione di una autonoma capacità contributiva.

L’imposta di registro deve essere, quindi, applicata distintamente per ciascuna disposizione solo con riferimento alle disposizioni negoziali dotate di contenuto economico che concretizzano, quindi, un indice di capacità contributiva.

Da ciò consegue che, nel caso in cui in un atto siano presenti più disposizioni di contenuto economicamente apprezzabile, occorre assoggettare a tassazione autonomamente le singole disposizioni ai sensi dell’articolo 21, comma 1, del TUR, salvo che tra le singole disposizioni ricorra un rapporto di necessaria derivazione. In tal caso l’imposta deve essere corrisposta solo con riferimento alla disposizione che determina l’imposizione più onerosa.

Diversamente, nel caso in cui le disposizioni contenute nell’atto non siano suscettibili di una autonoma valutazione economica, non si realizza una espressione di capacità contributiva.

Di fatto, in assenza di un contenuto economicamente valutabile, non risulterebbe integrato un indice di capacità contributiva.

A titolo esemplificativo, si precisa, dunque, che nell’ipotesi in cui nel medesimo documento siano contenuti più atti di procura, non trova applicazione l’articolo 21 del TUR.

Le procure si caratterizzano, infatti, come atti non aventi contenuto patrimoniale, ed in virtù di tale precipua caratterizzazione, sono comprese, ai fini 6 dell’imposta di registro, tra gli atti da registrare in termine fisso, con imposta in misura fissa, se redatte per atto pubblico o scrittura privata autenticata.

Pertanto, nell’ipotesi in cui nel medesimo documento siano contenute più procure, l’atto deve essere assoggettato a tassazione, ai fini dell’imposta di registro, con applicazione di un’unica imposta fissa.

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